Scorie e buchi… nell’acqua

La ditta Doria viene autorizzata a scavare e a conferire scorie nel terreno che però finiscono in falda. La Forestale interviene e ottiene la necessaria modifica progettuale. Nonostante ciò, quel che è già stato conferito resterà lì

scritto da Alessandro Barbaglia
Articolo tratto da Tribuna Novarese

Tra le acque delle risaie e i campi di grano, appena usciti da Novara pendendo verso Vercelli, c’è un paese in cui nessuno si sognerebbe mai di realizzare nemmeno un garage interrato. C’è un posto in cui, a guardar bene, non ci sono le cantine, e quelle che ci sono, sono così umide che non si sa cosa farne. C’è un paese che galleggia sull’acqua: Casalvolone. Ed è qui, a Casalvolone, un posto in cui non c’è residente che non lo sappia «che se scavi trenta centimetri trovi l’acqua» che nel 2009 viene autorizzato lo scavo di un buco e il suo conseguente riempimento con scorie di fonderia. Un buco avente una superficie di 26.757 metri quadrati (7 campi da calcio) in cui possono finire 41.168 tonnellate di rifiuti. Un buco di 88.511 metri cubi. Un buco grande fatto nel posto sbagliato e che si è pensato di coprire con materiali “sperimentali” differenti dalla solita ghiaia. Una storia che se la guardia Forestale e la Provincia di Novara non fossero intervenute così come hanno fatto, avrebbe potuto essere una brutta storia. E se oggi non lo è, nonostante qualche perplessità su tutto quanto è accaduto ci sia ancora e qualcosa non sia andato proprio come doveva andare, resta il paradosso dell’intervento. Resta un buco sull’acqua. Vediamo di spiegare: nel settembre 2009 (la delibera di approvazione della Provincia è del 17) si autorizza la realizzazione del progetto definitivo dell’area P.e.c. (Piano esecutivo convenzionato) sul comune di Casalvolone che prevede anche un’attività di recupero rifiuti non pericolosi. Insomma l’attività che si autorizza (un intervento che non viene appaltato dal Comune a nessuna ditta ma che parte in seguito alla sola richiesta di una procedura di valutazione impatto ambientale presentata nel febbraio 2009 della ditta che lo realizzerà, la Doria Srl) è quella della preparazione di un sottofondo idoneo per la realizzazione di un piazzale industriale utilizzando rifiuti inerti. Più nel dettaglio: il Comune pensa all’insediamento di 3 capannoni industriali, due di 8mila metri quadrati uno di 16mila. Il progetto solleva polemiche; ancora più l’intervento che si rende necessario per consolidare il terreno sul quale costruire i capannoni, quello di cui si occuperà la Doria, quello  dell’eliminazione del terreno agricolo, friabile e argilloso, e della sua sostituzione con materiale più adatto a sostenere pesi. Quale? In questi casi il migliore è la ghiaia. Che però costa, va estratta e acquistata. E allora c’è un’altra via: il rifiuto. Non va estratto, c’è già e c’è chi paga per il suo smaltimento. Rientra addirittura in un discorso di riciclo che ci potrebbe anche stare. La ditta Doria per il buco di Casalvolone propone di non usare ghiaia, di usare le scorie di fonderia rese inerti, rese rifiuti non pericolosi. La proposta è accolta. La determina provinciale che autorizza l’intervento è dettagliatissima, spiega cosa si può usare e in che quantità. Tutto bene, tanto che il lavoro comincia il 5 maggio 2010. E il buco nell’acqua è servito. Pochi giorni dopo, il 24 maggio 2010, al sindaco di Casalvolone  arriva una denuncia firmata da alcuni residenti secondo cui nell’ambiente si stanno sversando scarti di fonderia (e non scorie rese inerti) pericolosi per l’ambiente e la popolazione. E la denuncia è fondata o è allarmismo dei cittadini? Un mese dopo, nel giugno 2010, interviene la Forestale. Il buco non c’è più, al suo posto c’è un lago. Si è scavato fino a far affiorare la falda, l’acqua; le prime scorie di fonderia conferite, non nella falda ma sulla rampa d’accesso, intanto percolano. Il verbale della Forestale è chiaro: «I rifiuti industriali, anziché essere depositati al di sopra di un tetto di ghiaia e Mps da rifiuti da demolizioni tale da assicurarne l’isolamento rispetto alla falda, vengono posti – di fatto – a diretto contatto con la falda stessa». Eccoci, i rifiuti, qualsiasi cosa siano, sono in falda. Poca roba, secondo le analisi, fatto sta che ci sono. E di chi è la colpa? Si è scavato troppo? Curiosamente no, si è scavato il giusto solo che «contrariamente alle previsioni progettuali che assicuravano un franco di falda di almeno 50 centimetri tale da assicurare la separazione tra falda e rifiuti – si legge ancora nei verbali della Forestale – una buona metà dell’area si presenta allagata da acqua di falda». Insomma la Doria non scava più del previsto, è la previsione che è sbagliata e la falda affiora prima. Nessuna malafede, nessuna denuncia, la Forestale chiede però il ripristino delle condizioni di falda e fa un passaggio fondamentale che evita che questa storia finisca peggio di così: consiglia di riconsiderare tutti i parametri in base ai quali fu valutata la compatibilità ambientale dell’intervento. Insomma se si fosse saputo che a Casalvolone la falda è molto superficiale (ma chi non lo sa?, ndr) si sarebbero autorizzati quei lavori con l’utilizzo di scorie di fonderia? Secondo la Forestale il progetto è da rivedere. La Forestale interviene anche un mese dopo, a luglio 2010, e non è cambiato nulla: «I rifiuti continuano ad essere conferiti e collocati praticamente a contatto della falda; a poco vale, infatti, il leggero strato di materiali inerti steso sul fondo scavo… La natura polverulenta dei rifiuti conferiti favorisce la dispersione di frazioni granulometriche fini dei rifiuti stessi nell’acqua». E nessuno interviene? A fine mese la Provincia di Novara si fa sentire e il 29 luglio ordina l’immediata sospensione dei lavori; il 2 agosto il Comune di Casalvolone recepisce il blocco lavori. Bisogna riportare la falda a contatto con il terreno, e non con i rifiuti. E non essendoci più terreno (dov’è finito?, ndr) bisogna andare a prenderne altro. A febbraio 2011 l’Arpa analizza un campione di scorie conferite a contatto con la falda. L’esito è assurdo: le scorie finite in falda sarebbero conformi all’intervento autorizzato se non fossero finite in falda. Arpa e Asl sollevano dubbi anche sul fatto che l’attività che si sta svolgendo sia qualificabile come “recupero di rifiuti” così come è stato autorizzato e così come sostenuto da Doria e non come “smaltimento di rifiuti”. Come si esce dallo stallo? L’accordo si trova: bisogna inalzare il piano di posa dei rifiuti mediante la stesura del terreno originario per circa 7mila metri cubi (quelli a contatto con la falda) e sopra è possibile mantenere inalterato lo sversamento del quantitativo di rifiuti già autorizzato e la loro natura. La Doria è in parte perplessa ma accetta. E rinuncia spontaneamente alla possibilità di conferire nel buco, una volta steso il manto protettivo sulla falda, altre scorie di fonderia decidendo di utilizzare altre tipologie di rifiuto, i rifiuti da demolizione. A patto che, postilla non indifferente, quanto già conferito in precedenza resti sul posto. A patto che, insomma, quanto già percolato in falda, o quanto messo a diretto contatto con la falda resti lì. Quantità? Difficile stabilirlo, secondo le parti tutte si tratterebbe di circa l’1% del volume totale. Poca roba. Tutto è bene quel che finisce bene? Forse, fatto sta che questa storia non è finita: da aprile ad oggi il buco non è stato riempito così come si è deciso di fare (l’intervento avrebbe dovuto finire quasi un anno fa, è ancora fermo). È lì. La quantità di rifiuti che durante l’opera è finito a diretto contatto con la falda, non è quantificabile. Le ragioni per cui si è autorizzato il progetto (quanti sono i capannoni sfitti in provincia? Perché costruirne altri tre?) e la scelta del luogo in cui andar a scavare e a sversare rifiuti (quella Casalvolone che galleggia sull’acqua) non sono note. Forestale e Provincia, c’è da dirlo, hanno fatto il loro lavoro. Resta da chiedersi: ma è così che si tutela il territorio? Mettendo pezze ai buchi che facciamo nell’acqua?

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